07/01/2026

Lavoro in carcere e reinserimento: il modello Santa Maria Capua Vetere

Rassegna Stampa

È uscita l’intervista con Tommaso D’Alterio su Vita Magazine, a cura di Ilaria Dioguardi, in cui il direttore generale della Fondazione Isaia-Pepillo racconta il laboratorio sartoriale del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in Campania. Qui circa 100 detenuti partecipano ogni anno alla produzione di 30.000 camicie per gli agenti della polizia penitenziaria. Come spiega D’Alterio, «siamo partiti nel 2022 con un protocollo firmato con il ministero della Giustizia che prevede un supporto della Fondazione Isaia», con l’obiettivo di offrire ai detenuti non solo un’attività lavorativa, ma anche un’opportunità concreta di formazione professionale. La fondazione, sottolinea il direttore, «fornisce consulenza gratuita al penitenziario per la realizzazione del laboratorio, sia per la parte tecnica sia per quella sociale».

Un progetto sostenibile e innovativo

Secondo D’Alterio, il laboratorio rappresenta «un progetto innovativo che porta un’ottimizzazione al ministero», perché la produzione delle camicie non dipende più da commesse esterne, ma viene realizzata internamente dai detenuti. Questo approccio, oltre a generare un reddito per gli internati, evita uno dei problemi tipici di molti progetti di lavoro in carcere: «Spesso si realizzano manufatti che poi non hanno uno sbocco nel mercato, e questo può impedire il proseguimento delle iniziative e la sostenibilità economica».

L’idea è quella di creare un modello solido e replicabile, dove i detenuti imparano competenze concrete da utilizzare anche una volta fuori dal carcere. «Abbiamo cercato di andare al di là di quello che era il protocollo», racconta D’Alterio, «portando all’interno dell’azienda alcuni detenuti con un regime detentivo che lo consentiva, per svolgere tirocini e stage, in modo che a fine pena si potesse pensare a inserimenti in azienda». Nonostante le difficoltà burocratiche legate all’uscita temporanea dei detenuti, il progetto mira a collegare il lavoro in carcere con opportunità concrete nel mercato del lavoro.

Dal lavoro in carcere all’occupazione post-pena

Il laboratorio di camiceria richiede ai detenuti di rispettare standard rigorosi di quantità e qualità: «C’è un cliente che aspetta queste 30mila camicie l’anno», sottolinea D’Alterio. Le sarte che supervisionano il lavoro svolgono un ruolo fondamentale: «Le due sarte hanno sia funzione di formazione sia di caporeparto, organizzano la produzione e devono gestire tutti i problemi quotidiani», spiega il direttore della Fondazione. Ogni giorno è necessario mantenere un ritmo produttivo costante, perché solo così si possono raggiungere i volumi annuali previsti e garantire la continuità del progetto.

Il laboratorio non si limita a insegnare tecniche sartoriali: l’esperienza offre competenze trasversali e prepara i detenuti a un futuro lavorativo più ampio. «Il fatto che il laboratorio sia simile a un’azienda rende il progetto molto più solido e forte dal punto di vista della possibilità di un successivo reinserimento della persona», afferma D’Alterio.

Un modello riconosciuto a livello istituzionale

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Dopo il primo laboratorio con circa 40 detenuti, il progetto si è ampliato a 100 partecipanti grazie all’apertura di un secondo spazio. Attualmente è allo studio un ulteriore step: un piccolo laboratorio interno al carcere per produrre oggetti più piccoli, come cravatte o accessori realizzati con materiali di scarto. Questo permetterebbe ai detenuti di continuare a lavorare all’interno della struttura, ma in un ambiente meno sorvegliato, offrendo nuove possibilità di formazione in vista del reinserimento lavorativo. «Le persone che hanno mostrato buone capacità e impegno nel laboratorio di camiceria potrebbero avere come seconda fase il passaggio in questo piccolo laboratorio dell’azienda, per poi lavorare, terminata la pena, nell’azienda stessa», precisa D’Alterio.

Il “ponte” con le imprese e il database territoriale

Network SCL e Promotori – Start cup Lazio

 

L’esperienza di Santa Maria Capua Vetere è stata anche presentata al CNEL come modello virtuoso di lavoro in carcere finalizzato all’inserimento lavorativo. Secondo D’Alterio, «vorremmo creare un ponte tra i detenuti e non solo l’azienda Isaia, ma anche altre aziende», favorendo la replicabilità del progetto in altri istituti penitenziari e l’utilizzo della legge Smuraglia. La Fondazione sta anche progettando un database con le aziende del territorio per facilitare colloqui e assunzioni, così da mantenere un contatto con i detenuti anche dopo il fine pena.

Inclusione sociale e valorizzazione del saper fare

Il valore sociale del progetto emerge anche in iniziative simboliche ma concrete, come la realizzazione delle divise per chef stellati in occasione dell’evento solidale “Cucinapoli”, o la produzione di gadget sartoriali ottenuti da materiali di scarto. Episodi come la richiesta di uno chef di ritirare personalmente la propria giubba in carcere testimoniano l’impatto umano e culturale dell’iniziativa.

Un progetto che guarda al futuro

Il laboratorio non riguarda solo camicie per la polizia penitenziaria: i detenuti hanno realizzato anche divise e piccoli gadget per eventi di raccolta fondi, come “Cucinapoli”, dimostrando l’attenzione al riuso dei materiali e all’economia circolare. «Materiale che sembrava da buttare viene recuperato e trova nuova vita», spiega D’Alterio. Queste esperienze permettono di combinare formazione, inclusione sociale e attenzione alla sostenibilità.

Link dell’intervista: 

https://www.vita.it/s-maria-capua-vetere-se-i-detenuti-vestono-le-guardie/

 

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