04/07/2025

L’inclusione sociale al Sud è un obiettivo indispensabile. Ma c’è un grande assente: l’ascensore sociale

Seconda puntata della rubrica “Campania Social Club” a cura del Direttore Generale della Fondazione Isaia.

L’articolo è stato già pubblicato sul nuovo numero della rivista Informare Magazine

 

Grandi soddisfazioni ma anche tanta fatica

Quando ci si ritrova con colleghi che lavorano a progetti di inclusione sociale è bello condividere la gratificazione di un risultato ottenuto dopo un duro lavoro per superare i mille ostacoli esterni che si frappongono tra lo svolgimento quotidiano delle attività e l’obiettivo finale.

Talvolta però capita che la discussione si soffermi su una difficoltà di fondo, cioè il dubbio che gli stessi beneficiari (persone che vivono situazioni di disagio socio-economico) in realtà non vogliano il nostro aiuto per cui non aderiscono al progetto, oppure se aderiscono rendono la vita difficile agli operatori con una perenne conflittualità o con un tasso patologico di assenza/abbandono.

Naturalmente di fronte ad una difficoltà così strutturale non esistono ricette miracolistiche ma si può provare a mettere in fila alcuni elementi magari partendo dal confronto con altre esperienze.

Il grande assente

Ad esempio un elemento scaturito dal dialogo con persone di grande esperienza nella formazione è il fatto che progetti come i percorsi di Istruzione e Formazione Professionale (IEFP), in Campania destinati quasi esclusivamente a giovani in abbandono scolastico con situazioni patologiche di vario tipo, in altri territori accolgono molte persone che semplicemente vogliono entrare velocemente nel mondo del lavoro.

Perché questa tipologia di potenziale beneficiario manca nella maggior parte dei progetti di inclusione sociale svolti nei nostri territori?

Ovviamente non si può svolgere in poche righe un’analisi completa del problema ma accettando il rischio di una sintesi estrema si può dire che lo strumento dei Bandi, con obiettivi rigidi e tempi di scadenza stretti, porta gli Enti affidatari a concentrarsi esclusivamente sul target del disagio che a torto a ragione viene considerato più alla portata, tralasciando altre fasce di popolazione giovanile (e le rispettive famiglie) che a loro volta si tengono lontane temendo lo stigma di una serie di patologie sociali.

Inutile dire quanto questa sia una opportunità perduta per i potenziali benefici che vengono a mancare: allargamento della platea di potenziali destinatari, possibilità di una osmosi virtuosa tra persone con diverso vissuto, riduzione delle difficoltà di gestione quotidiana.

Naturalmente ci sarebbero vantaggi anche per questo nuovo target la cui provenienza una volta sarebbe stata definita piccolo borghese: famiglie monoreddito o con salari poveri che faticano ad offrire ai propri figli l’opportunità di un punto di arrivo migliore rispetto a quello di partenza. Il famoso “ascensore sociale” per il ceto medio che a detta di tutti gli esperti ha smesso di funzionare in Italia ormai da qualche decennio e che nella nostra piccola riflessione assume il ruolo scomodo del grande assente.

Non è questa la sede per approfondire il problema né tanto meno per provare ad innescare una inversione nelle politiche pubbliche le cui tendenze di fondo derivano da fattori ben al di là della nostra portata, ma si può provare a lanciare qualcosa di meno velleitario

Una modesta proposta e un piccolo appello

Chi redige i Bandi potrebbe prevedere criteri e parametri che consentono, o addirittura incoraggiano, un allargamento della platea di beneficiari partendo dalla consapevolezza che oggi il ceto medio necessita di un supporto molto maggiore rispetto al passato e che la tenuta delle nostre comunità si gioca non solo nel campo del disagio conclamato ma anche dell’ascolto di questo “grido di aiuto silenzioso”.

Chi opera ogni giorno sul territorio potrebbe porsi tra le proprie priorità strategiche, anche a Bandi invariati, l’obiettivo di colmare la distanza con quella vasta platea di giovani e famiglie che oggi non aderisce a questi progetti pur avendone i requisiti formali. Naturalmente quest’obiettivo sarebbe raggiungibile solo attraverso alleanze per svolgere insieme delle azioni di sistema.

In ogni caso questo ascensore non può più rimanere fermo se vogliamo che il nostro “condominio sociale” funzioni meglio nell’interesse di tutti quelli che ci abitano dal primo all’ultimo piano.

Tommaso D’Alterio

La rivista Informare è un Magazine mensile, gratuito, di testimonianza per la legalità, difesa dell’ambiente, promozione culturale e formazione giovanile edito dall’associazione Centro Studi Officina Volturno.
Qui la copertina del numero di Luglio che ospita l’articolo riportato sopra

Qui il link al sito

https://informareonline.com/

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associato a Assifero