06/10/2020

Storia e cultura della malaparola

Seconda puntata del nostro viaggio (senza navigatore perché sicuramente ci porterebbe fuori strada) in quel grande mistero che alcuni chiamano napoletanità: stavolta si parla della “malaparola”, che da qualche tempo è al centro dell’attenzione non a causa dell’ennesimo litigio in un reality show, ma grazie all’omonimo libro di Davide Brandi pubblicato da MEA Edizioni, che ringraziamo per l’anticipazione concessa  

Prima di gustarci l’assaggio del libro rappresentato da una delle male parole raccontate da Davide Brandi, scambiamo due parole con l’autore che collabora con la Fondazione dalla sua costituzione per il progetto di valorizzazione della lingua napoletana (già arrivato a quattro moduli tra Palazzo Lancellotti a Casalnuovo e la piattaforma Zoom, con una importante anteprima all’Auditorium del Museo di Capodimonte)

Davide, come nasce questo progetto?

L’idea di pubblicare un libro sulle parolacce è stato sempre un mio sogno. Pensate che le collezionavo in un quaderno. Elencavo parolacce un po’ da tutte le lingue ma sopratutto in napoletano. Ma il progetto vero e proprio nasce dalla rubrica radiofonica intitolata proprio ‘A MALA PAROLA (ed inserita nel programma “Scusate il ritardo”, condotta dal bravo Franco Simeri) che ha ottenuto un successo clamoroso con oltre 250 puntate e che vedeva me nelle vesti de ‘O Prufessore, che spiegavo il significato delle parolacce a partire dall’etimologia.

Il libro riporta per ogni “malaparola” riferimenti letterari e citazioni; come ha reagito il pubblico (della trasmissione radiofonica e del libro) al fatto che un termine apparentemente simbolo solo di volgarità e scarsa cultura può avere storia e radici degne di perle ben più raffinate del nostro dizionario?

Si è vero. Ci sono citazioni e riferimenti delle male parole dal passato sino ai giorni nostri, con richiamo della letteratura, di testi di canzoni e villanelle, dai testi teatrali, dai librettisti, ecc., e proprio questo richiamo alla cultura napoletana, campana o meridionale in genere, ha positivamente sorpreso perché non solo si sono svelate storie meravigliose, ma abbiamo rivestito la parolaccia di un manto di velluto rosso, di cultura, di storia e, in qualche senso il tutto ho un risvolto sociale perché spiegare ciò che non si conosce smussa la cattiveria con la quale si scaglia l’offesa, sopratutto nell’ambito giovanile.

La malaparola che abbiamo scelto come assaggio è la “vajassa”, che ci rimanda anche alle recenti lezioni on-line dedicate al Barocco Napoletano; come molte altre riportate nel tuo libro, questa parola non ha un equivalente in italiano ma richiede una spiegazione piuttosto lunga, ce la fai a “tradurla” correttamente usando al massimo tre parole?

In passato era la serva, la donna di servizio, oggi ‘a vajassa è una donna che non conosce il garbo…

Sfida persa, il napoletano si conferma lingua troppo ricca di significati e sfumature per essere imbrigliata in definizioni telegrafiche!

Ma andiamo  a conoscere questo personaggio direttamente dalle parole di Davide e di chi in passato ha scritto di lei…

 

LA VAJASSA

di Davide Brandi

Tutti i diritti riservati MEA Edizioni – Napoli

La parola napoletana viene dal provenzale “bagasse”, a sua volta
dall’arabo “baassa” e se nella lingua napoletana si è evoluto
nell’attuale vajassa, nell’italiano si è sviluppato in bagascia.
Ma chi erano le vajasse?
Il termine francese “esportato” a Napoli dal ‘300, stava ad
indicare le serve, le domestiche, le donne di servizio dei signori,
degli aristocratici o dei benestanti. Tali signore non potevano
che essere delle donne popolane, di basso ceto sociale, non
istruite e spesso erano urlanti e litigiose.
Da qui il significato di vajassa è passato da “serva” a donna
volgare che vive la strada più del focolare domestico e proprio
nella strada esprime tutto il suo esser vajassa, urlando sempre
(perché la vajassa non parla ma urla) in ogni occasione, anche
per una semplice comunicazione o quando discute con le altre
persone. La sua voce è quella dal tono più alto che si sente anche
a lunga distanza. La vajassa non conosce il concetto di privacy
né quello della diplomazia. È diretta e tagliente, non ha tatto e
non lo fa nemmeno per cattiveria, ma semplicemente, perché
proprio non ci arriva alla concezione della delicatezza e della
discrezione. Arriva anche al litigio fisico con una certa facilità. Se
la noti ed insisti nell’osservarla con il solo scopo di “studiarla”,
lei senza mezzi termini e dinnanzi ad una moltitudine di persone
potrà risponderti più o meno in questo modo:
“uè, ma che sfaccimma tiene ‘a guarda?
Te serve coccosa?”
E non provate mai a controbattere, altrimenti rischiate un
umiliante strascino o se siete calvi, una scippata nfaccia che vi
segnerà a vita.
La vajassa eccede ed esagera nel parlare, nel muoversi, nel guidare,
nel vestire. Impazzisce per il maculato. Pantacollant e magliette
leopardate o zebrate sono il suo stile preferito attillate ed in forme
decisamente non confacenti con il delicato gusto estetico.

Oggigiorno il concetto di vajassa non necessariamente viene
attribuito unicamente ad una popolana, oramai ‘a vajassa
“emancipata” la troviamo in ogni ambito. Un’agente di vendita
o una esercente che urlano a raffica mostrando i loro prodotti
e senza darti la possibilità di controbattere o di porre domanda
perché hanno il solo scopo di piazzarti qualsiasi cosa, oppure
un’impiegata di banca o delle poste poco propensa a fornire
informazioni e dettagli che urlando ti mortifica dinnanzi ad altre
persone. Oppure la signora che nella sala d’attesa del medico,
comincia ad urlare tutti i fatti suoi, dai malanni alla famiglia
sino al decimo grado e pretendendo poi di interrogare tutti i
presenti, affinché, facciano la stessa cosa come in un chiassoso
simposio scientifico.
Negli ultimissimi anni, inoltre, le vajasse sono arrivate anche
in tv ( sono ricercatissime da autori di programmi scadenti, ma
dai grandi numeri di ascolto), esportando nei palinsesti quel
tipico atteggiamento aggressivo ed urlatorio. Le tele-vajasse
(non solo napoletane, del resto come le vajasse), sono le nuove
soubrette, alcune giornaliste, presentatrici, blogger, influencer,
soprattutto le rappresentanti politiche. Fanno a gara a chi urla
di più raggiungendo e superando persino la soglia audio degli
spot pubblicitari.

RIFERIMENTI LETTERARI
“La vaiasseide”, poemetto eroicomico del 1612
di Giulio Cesare Cortese (Napoli, 1570 – Napoli, 1640)

“…E, pe’ ‘sta bella grazia toja, te vorria servire, a barda e sella, senz’auto
salario, che de potereme chiammare vajassa toja…”
dal racconto “La vajassa fedele” incluso nell’opera “Posilecheata”, 1684
di Pompeo Sarnelli (Polignano, 16/1/1649 – Bisceglie, 7/7/1724).

“…Quarche carogna fraceta nce mpesta,
O cane, o gatta fuorze nc’ ha cacato,
La Vajassa lo cantaro ha ghiettato,
E scola padeata la menesta…”
da “I sonetti”
di Niccolò Capasso (edito col cognome di Capassi), (Grumo Nevano,
13/9/1671 – Grumo Nevano 1744)

RIFERIMENTI CANORI
“Vajassa rap”
dall’Album “Na tazzulella ‘e ca…baret”, 1989
di Federico Salvatore

Allora, vi è piaciuto questo assaggio? Vi è venuta voglia di leggere tutto il libro?

Cosa ne pensate della nuova rubrica dopo due puntate? Suggerimenti per le prossime?

Scriveteci ad info@fondazioneisaia.org oppure interagite sui nostri canali social!

Nel frattempo come sempre grazie assaje!!

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